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Ma che cavolo è l’acqua?

Affascinato dalla marea delle persone che affollano i loro negozi, mi sono sempre domandato come fosse nata la filosofia IKEA. Da una visione ispirata? Dalla capacità di esplorare nuove possibilità? O molto più semplicemente da un’osservazione attenta di bisogni insoddisfatti e dal desiderio di godersi in tempo reale un prodotto, stanchi di aspettare lungaggini amministrative e commerciali? Nessuna di queste ipotesi è risultata vera.

L’idea IKEA è stata determinata dal cambiamento della stessa antropologia umana: Do It Yourself. E mille sono gli esempi del vivere “DIY”: self banking, self ticketing, self scanning… tutto è self service. Lo stesso rito del caffè al bar ci è stato negato dalle cialde della Nespresso. L’orientamento ormai è quello di un mondo votato al self come affrancamento, liberazione, emancipazione, empowerment. Forse come riscatto.

Con un’avvertenza: l’attenzione non è sull’ enablement, né sulla riappropriazione da parte della persona del saper fare le cose. L’attenzione è sul fare le cose da soli, senza gli altri.

Ma se questa è la realtà che ne è del concetto di cura?

Questa dichiarazione di “indipendenza” non si limita alle attività di tutti i giorni, all’operatività quotidiana ma si sta estendendo al mondo delle relazioni tra le persone. Tra i tanti, ad esempio, il fenomeno del “Living Apart Together”: una testimonianza di partner che vogliono vivere rapporti affettivi senza una condivisione quotidiana. Una tendenza alla “relazione pura” (A. Giddens) fatta di sentimenti convergenti e contingenti, un dare e avere basato sulla parità dei conti. Un approccio utilitaristico che preserva dall’ansia da spread. Del resto quanto si sta male quando un rapporto affettivo, amicale, lavorativo finisce! E si fa il bilancio di quanto si è investito e quanto si è ottenuto.

Con la “relazione pura” il rapporto va avanti finché i compagni di quel viaggio, i partner traggono sufficienti benefici da ritenere conveniente il continuarlo.

Ma se questa è la realtà che ne è del concetto di cura?

Un caposaldo della mia formazione è stata la teoria di John Bowlby che vedeva nella cura della madre la base della vita futura del figlio. La cura come condizione di uno sviluppo psicologico sano. Ebbene alcuni studiosi – soprattutto quelli che criticano gli psicologi perché non tengono conto della realtà – vogliono dimostrare che questa teoria è stata solo un rifugio protettivo, rassicurante contro gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e sottolineano come il dato di realtà confermi che pur con genitori amorevoli le persone possono compiere enormi atrocità.

Insomma sembra che stia prendendo corpo una particolare forma di cura: non avere a che fare con gli altri, allontanarsi, distaccarsi.

Voglio ricordare a questo proposito la storia che David Foster Wallace raccontò in una facoltà universitaria americana (Questa è l’acqua – Einaudi 2009): “Ci sono due giovani pesci che nuotano ognuno per conto proprio. Ad un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta. Questi mentre fa un cenno di saluto, dice – Salve ragazzi. Com’ è l’acqua? – I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Ma che cavolo è l’acqua?”.

Non esiste un self service relazionale, non esiste una “relazione pura” in cui le persone vengono scelte come i prodotti di un supermercato.

Il poeta Orazio ricordava che “La cura è compagna permanente dell’uomo”. Può mostrarsi come incontro, amore, anche come inquietudine ma è un processo di trasformazione in senso evolutivo che aiuta a trovare negli altri il proprio equilibrio. Perché la cura ci fa riconoscere e accogliere gli altri. E riconoscere gli altri vuol dire riconoscere se stessi, accogliere gli altri significa accogliere se stessi. Mancare l’appuntamento con gli altri vuol dire non incontrare la vita. Vuol dire domandarsi: – Ma che cavolo è l’acqua?”-

Francesco Tulli