Le humanities: il punto di vista di Marco Lodoli Intervista a Marco Lodoli702 Full view

Le humanities: il punto di vista di Marco Lodoli

Le nostre CONVERSAZIONI con personaggi del mondo della cultura e delle organizzazioni cominciano con lo scrittore Marco Lodoli, che sarà anche il nostro primo ospite per gli EVENTI che organizzeremo in AntiCafè (Roma, Via Veio 4B – zona San Giovanni).

Lodoli, che ha pubblicato pochi mesi fa il libro Nuove isole (Einaudi editore), ha accettato il nostro invito a offrirci il suo punto di vista sul potere delle humanities nella formazione e nel mondo delle organizzazioni. E così, davanti a una spremuta d’arancia e un tramezzino, Francesco Tulli ha conversato con lui per noi…

Buongiorno, Marco. Tempo fa hai scritto un articolo su La Repubblica  “Addio cultura umanista. Per i ragazzi non ha senso”. Secondo te, cosa è rimasto oggi delle humanities che facevano parte della cultura italiana?
In quell’articolo di un anno e mezzo fa, riflettevo sulla crisi del pensiero umanistico. Quel mondo che parte da Socrate e arriva fino a Bob Dylan, per esempio, è stato magazzino culturale nel quale ci si è confrontati per intere generazioni, anche in conflitto tra loro (figli ribelli e padri autoritari), ma che giocavano, potremmo dire, nello stesso “campo di bocce” e i figli, come me, attingevano ai libri dalla stessa libreria dei padri. A un certo punto ho avuto l’impressione che, soprattutto per il diffondersi di internet e per questa nostra contemporaneità molto rapida, quel patrimonio culturale si sia prosciugato. Quel leggere gli autori classici, che rappresentava un modo di leggere anche il proprio presente, che aiutava a comprendere i problemi della propria età, non esiste più come una volta. Oggi i giovani non sentono il fascino di quella che noi chiamiamo “cultura umanistica”. E mi riferisco ai giovani come rappresentanti vistosi ed evidenti del proprio tempo, e non solo per la loro età anagrafica.

Dove cercare le ragioni di questo mutamento?
Questo nostro tempo, che nel passato si era caricato di intere biblioteche, di valori universali, di sete di conoscenza, di scrittori, poeti, filosofi, scienziati, oggi si è ristretto attorno a un semplice e primitivo istinto dell’uomo: il desiderio. Oggi siamo concentrati prevalentemente nel desiderare di essere, possedere, vivere. Il che fa diventare eterno il presente, perché il desiderio è riuscito a sbarazzarsi del passato, senza sapere come costruire il futuro. Oggi ci si ferma ai mortaretti del desiderio e non si riesce a innamorarsi di un progetto, di un futuro, non c’è un pensiero per guardare in avanti. È una specie di consunzione: invece di accendere fuochi nella notte, sfreghiamo cerini, una scatoletta dietro l’altra, come fanno i bambini. E questo modo non ci consente di vedere né dietro (il passato), né avanti (il futuro). Tutto questo è molto pericoloso, perché se non si riesce a equilibrare il desiderio con un modo consapevole di essere, di sentire e di vivere il proprio tempo – che le humanities consentono di sviluppare -, ci si smarrisce.

Come possono favorire le humanities l’autosviluppo e la capacità di lavorare sulla propria interiorità?
Credo che il percorso sia quello della consapevolezza del proprio posto nel mondo, dove poggiamo tra il cielo e la terra la nostra esistenza. Noi oggi viviamo in un mondo di illusioni fittizie, che ci vengono inoculate. Che non sono le illusioni di Leopardi o di Foscolo o dei poeti, per intenderci. E questa consapevolezza la può alimentare la grande cultura umanistica. Ciò non vuol dire che ognuno di noi deve diventare un professore, basta guardare con interesse, curiosità e ammirazione i grandi pensatori e artisti classici e del nostro tempo per sviluppare consapevolezza di sé e del mondo.

Penso al mondo delle organizzazioni, in cui si vive faticosamente il peso di raggiungere gli obiettivi. Il livello dell’impossibile si è abbassato, tanto che oggi tutto è diventato possibile e chi non riesce a fare quanto richiesto e atteso si sente schiacciato, inefficiente, in crisi. Ricordo che un giorno citasti un libro “La fatica di essere noi stessi” di Alain Ehrenberg… e allora mi viene da chiederti: come le humanities possono aiutare in vincere la fatica di essere se stessi, anche nel proprio lavoro?
Essere se stessi non vuol dire essere soltanto una ruota che gira in modo produttivo, la propria identità non può essere soltanto una prestazione – come a volte il mondo ora tende a indicare. È come se ognuno di noi fosse una serie di denti che si agganciano ad altri denti per far girare il motore. Tutto questo può creare un senso di assurdità (come nel teatro dell’assurdo novecentesco), farci percepire la vita come assenza di senso, di interezza. Il rischio è di sentirsi come un pollo di allevamento. In questo le humanities ci posso aiutare molto a costruire il senso di noi stessi, e di tutto ciò che accade intorno a noi, l’orizzonte e il contesto in cui si vive e si lavora.

Nanni Moretti ricordava in un suo film la frase di Benedetto Croce “Chi parla male, pensa male, vive male”. Io mi chiedo, e ti chiedo: le humanities possono aiutare a pensare bene e, quindi, anche a parlare bene?  Penso in questo caso anche all’importanza della lettura…
Ludwig Wittgenstein diceva che il limite del nostro linguaggio è il limite del nostro mondo. Il nostro linguaggio coincide con il nostro mondo. Un linguaggio troppo povero, polverizzato, banalizzato, ripetitivo, privo di immagini segna il filo spinato di un mondo circoscritto. Mentre invece un linguaggio più ricco apre finestre, allarga praterie, ci indica l’avventura dell’esistenza e mondi più emozionanti. La povertà di linguaggio esprime la povertà dell’esperienza di se stessi, la povertà interiore. La cosa fondamentale è che il linguaggio serve a chiarire le proprie emozioni. Tutti proviamo emozioni, ma se non sappiamo come esprimerle, comunicarle, perdiamo la possibilità di riconoscerle e viverle appieno. Rischiamo di restare in uno stato di primitività, e non solo emotiva.

Anche tu hai fatto esperienza nel campo della formazione in azienda. Come ha inciso tutto questo nella tua esperienza di scrittore?
Nella formazione aziendale ci sono capitato per caso, ma per me è stata un’esperienza importante. Nelle aule abbiamo proposto ai partecipanti di scrivere le percezioni vissute nelle loro giornate di lavoro, come avvertivano il tempo dell’esistenza, della loro vita. E mi sono reso conto che a volte si creavano dei collassi psichici: molte persone si rendevano conto di non essersi mai soffermate a riflettere su come erano le loro giornate, scoprivano di vivere in un automatismo. E così, l’atto della scrittura consentiva di riflettere su di sé, di osservare il mondo come attraverso un cristallo, e non restare imprigionato nell’automatismo quotidiano di mettere un mattone sopra l’altro (“another brick in the wall” come cantavano  i Pink Floyd…), costruendo un muro tra se stessi e la realtà, interiore ed esteriore.

Ultima domanda: un formatore come può accompagnare gli altri a scoprire le humanities ed essere utile a chi lavora nelle organizzazioni?
Un maestro una guida, non può fermarsi solo a quello che insegna, ma è importante per quello che lui stesso è. È la sua luminosità che si rivela. Le persone che ascoltano chi le forma e informa, non assorbono solo quello che viene loro detto, c’è una partecipazione fisica, emotiva che le motiva a seguire. Quindi è chiaro che, quello che un formatore dice, deve valere innanzitutto per se stesso. Altrimenti si diventa oratori moralistici, che parlano come i genitori i cui figli fanno entrare le loro parole da un orecchio per farle uscire dall’altro. Tu percepisci il “maestro” da come lui è, e da come il suo pensiero è intervenuto nella sua vita. Chi ascolta in aula percepisce subito se c’è dell’ipocrisia o della verità. In conclusione, il formatore, come una guida, un maestro e così via, deve vivere in coerenza con ciò che esprime a parole, perché quello che dice è anche ciò che guida la sua vita.