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Che fai tu, luna, in ciel?

Le conoscenze scientifiche erano più limitate rispetto ad oggi ma Giacomo Leopardi lo sapeva che la luna è un satellite. Che ruota intorno alla terra. Che mostra la stessa faccia alla terra. Che alimenta il mistero sulla sua faccia sempre nascosta, sulla sua ombra.
Ma quando si rivolge a lei per domandare: “Che fai tu, luna, in ciel?” non vuole informarsi su che cosa fa, come intende muoversi, come organizza il suo tempo.
E, soprattutto, non si aspetta una risposta.
Va più in là.
Vuole prendere coscienza, ritrovare consapevolezza, visualizzare nuovi modi interpretativi.
La sua domanda è una ricerca di senso, di significato ulteriore, di idealità.
Le stesse domande di ricerca di idealità dovremmo rivolgerle a noi stessi. Per fare stretching e impossessarci dei nostri muscoli, allungandoli, estendendoli. Negli ambienti di vita e negli ambienti di lavoro. Nei primi per non arrenderci alla normalità della vita di tutti i giorni e riempirne il vuoto.
Negli ambienti di lavoro per dare sollievo ad una artrosi quotidiana molto spesso appagata dal problem solving, rivolta alla performance e a raggiungere il massimo del risultato con il minimo impiego di mezzi e risorse. Dove gli imperativi sono: bigger, more, faster; dove le consuetudini lavorative, o meglio le routine, fanno del multitasking il proprio mito. Anche se è ormai chiaro che gli effetti del multitasking sulla performance cognitiva sono più dannosi del fumare erba. Un mettersi alla prova che forse rende più competitivi e più adeguati alle richieste dell’ambiente, più performanti ma che nasconde il proprio bisogno di sicurezza.
Per correttezza ed onestà intellettuale occorre però fare a se stessi domande sul valore dell’ideale e se non sia meglio regolarsi su ciò che esiste, sul reale piuttosto che fare riferimento a ciò che non esiste. Anche perché quando l’ideale si fa troppo lontano genera inadeguatezza, insoddisfazione o senso di colpa.
Ma con la scusa che l’ideale è lontano dal reale, che si oppone al reale assistiamo ad una continua erosione dell’idealità: trionfa la pratica comune, l’appiattimento del valore sul fatto e della stessa normalità sulla norma (Interessante a questo proposito la lettura di “Al di qua del bene e del male” di Roberta De Monticelli sulla linea di cedimento della nostra coscienza).
Dobbiamo invece impegnarci a combattere questa erosione dell’idealità. Proprio perché distante e non contaminata dalla tecnica, dalla razionalità, dalla pratica, dalla normalità, l’idealità ci può aiutare a rendere il reale ciò dovrebbe essere e che invece non è. Ci può educare alle emozioni autentiche e soprattutto a “vivere esperienze di valore”. Ci può assistere nel costruire un diverso patto costitutivo tra persona e vita civile; a trovare nuove basi per un diverso contratto psicologico tra persona e vita aziendale e lavorativa.
Quattrocento anni fa morivano William Shakespeare e Miguel Cervantes. I loro due personaggi principali vivono ancora più forti che mai. Amleto l’esasperazione dell’analisi. Don Chisciotte la visione che diventa illusione.
Amleto però rappresenta il dubbio, lo scetticismo, la chiusura in se stesso, l’egoismo. Vive per se e si cura solo di sé.
Don Chisciotte invece rappresenta la fede nella verità, nell’ideale. Vive per gli altri, per combattere le forze avverse all’umanità, per affermare il suoi valori. E’ un entusiasta, è un servitore delle idee. La gente ride di Don Chisciotte, è comico, forse poco intelligente. Ma forte è il messaggio che ci manda: essere sognatori, essere idealisti. Avere solidità morale.
E’ morto 400 anni fa ma è vicino a noi.

Francesco Tulli