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Cosa dice la voce dei nostri pensieri?

“Siamo quello che siamo”
è rassicurante: vuol dire accettazione di sé, valore dell’identità, autenticità, fedeltà a se stessi. È rispetto per gli altri e richiesta di rispetto. Un rapportarsi agli altri e a se stessi al quale danno valore anche le canzoni di Max Gazzè e Ligabue. Certo può trasparire la negazione di una possibilità di sviluppo, evoluzione: l’affermazione di sé e della propria okeità diventa la negazione della possibilità di cambiamento. Il copione di vita è quello e chi è fatto in una determinata maniera difficilmente potrà cambiare: una sorta di chi nasce tondo non può morire quadrato.

“Siamo quel che facciamo finta di essere”
con due corollari: uno di Kurt Vonnegut, che consiglia di stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere, e un altro che mette in guardia dalla vendita sistematica che facciamo di noi stessi.

“Siamo quello che mangiamo”
un approccio alla vita rappresentato dal filosofo Feuerbach, che è un approccio alla realtà: effettivamente ci sono cibi che fanno bene e fanno male, alimenti che danno energia e che influenzano il modo di rapportarsi alla vita.

“Siamo quello che amiamo”
suggeriva Sant’Agostino, anche se tendo a credere che nell’amore siamo portati a cercare quello che non siamo. Penso all’uso che si fa della stessa tipologia junghiana nel comporre matrimoni, in cui il tipo feeling ha bisogno del suo thinking, il tipo sensing ha bisogno del tipo intuition. L’amore, quindi, come dialogo dei bisogni.

“Siamo quello che leggiamo”.
Non sono le esperienze che viviamo a cambiarci, ma i racconti, le storie che di queste esperienze raccontiamo: il valore della narrazione, la forma che diamo alla nostra vita, il suo significato.

“Siamo quello che cerchiamo su Google”.
Al di là di possibili notazioni sociologiche qui mi fermo, consapevole di aver nei fatti parlato di interessi (“inter esse”: essere tra), di orientamenti, di propensioni, di attitudini.

Mi fermo perché, a mio avviso, tutto nasce dai nostri pensieri: siamo quello che pensiamo durante il giorno, quando ci accorgiamo che siamo felici, o durante la notte quando il pensiero si polarizza sul negativo. Siamo quello che pensiamo quando sciupiamo i momenti della nostra vista a rimuginare sulle situazioni che non vanno bene, o a inseguire sogni ed emozioni. Sono le idee che ci ruotano nella testa che determinano e condizionano il nostro modo di vivere. Quindi:

“Noi siamo quello che pensiamo”
soprattutto adesso che la ricerca scientifica ha stabilito che i pensieri hanno una loro voce, un loro suono, una loro armonia. Infatti, un recente esperimento condotto presso l’Università di Pavia da Andrea Moro – linguista e direttore del NeTS (Neurocognition, Epistemology ad Theoretical Syntax) – e dal neurochirurgo Lorenzo Magrassi e da un gruppo di ingegneri ha dimostrato che – quando pensiamo – un linguaggio fatto di neuroni con onde elettriche, del tutto uguali alle onde acustiche, prende magicamente vita. Il self talking e le conversazioni che facciamo con noi stessi hanno quindi un loro suono. A volte è una armonia, il più delle volte diventa ruminamento mentale, un virus contagioso che genera stress e ansia.

Lo stress, l’ansia e i cattivi pensieri… e la possibilità di tenervi testa dipendono dagli eventi esterni, ma soprattutto dal modo in cui questi vengono regolati cognitivamente, modulati, attraverso la mediazione verbale del dialogo interno.

Insomma, la nostra vita è quella che i nostri pensieri vanno creando. Noi possiamo uscire dalla realtà parallela della nostra mente modificando la lettura entro la quale percepiamo gli eventi, così da modificare il loro significato e la nostra reazione automatica. Vi sono infatti metodologie e tecniche per integrare e espandere i processi di decodifica e di reazione personale a determinati stimoli interni ed esterni.

E allora: se noi siamo i nostri pensieri, quale può essere il nostro impegno?
Far sì che i nostri pensieri lavorino a favore di noi stessi e non contro noi stessi. Perché siamo importanti per diritto di nascita e dobbiamo trattarci, ed essere trattati, di conseguenza. Con rispetto.

Francesco Tulli

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