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Connecting the dots: il lato B dell’euro.

Eppure è sempre lì vicino a noi. Quando ci affanniamo per pagare il parcheggio o per ritirare il carrello della spesa. Sto parlando della moneta da 1 euro, simbolo dell’Unione Europea, tanto presente nelle nostre tasche che siamo portati a non osservarla e ad ignorarne l’immagine che vi è incisa. Non quella relativa al lato comune di tutti gli Stati membri dove è riportato il suo valore, ma quella che rappresenta il nostro paese. In una mia limitata indagine di mercato, quando ho chiesto quale fosse la raffigurazione di questa parte B, solo poche persone mi hanno saputo rispondere. Eppure è così familiare, presente nella nostra vita di tutti i giorni, così disponibile. Come a dire che quando un qualcosa è troppo presente non ce ne rendiamo più conto e diventa assente.

La raffigurazione di questa faccia nascosta dell’euro è l’Uomo Vitruviano di Leonardo. L’uomo è al centro come ”misura di tutte le cose” e le sue forme sono contenute nel cerchio e nel quadrato. Il cerchio simbolo dell’universo, il quadrato simbolo della terra. La visione e la totalità del sé, la realtà e la delimitazione dello spazio. La tensione creativa e la tensione realizzativa.

Mi sono permesso di scomodare Leonardo da Vinci per arricchire il dibattito che ciclicamente viene proposto sul rapporto tra le humanities e le tecnologie. Un rapporto che, come suggerisce l’armonia dell’uomo Vitruviano, dovrebbe tener conto del cerchio e del quadrato e creare un giusto equilibrio tra cultura umanistica e cultura tecno-pratica. Perché solo così nasce l’ingegneria rinascimentale auspicata da Steve Jobs (“connecting dots”), la sola in grado di andare incontro al cambiamento perché capace di guardare al futuro ma anche al passato, di “unire i punti” e di vedere il disegno complessivo nel suo insieme.

Del resto chi si interessa di education sa bene quale può essere il contributo delle humanities nello sviluppo delle competenze professionali trasversali. Penso agli “Archetipi delle Dee” – che come ricorda Paola Pirri psicologa clinica del lavoro – sono “categorie dell’inconscio che raccontano le nostre personalità e le nostre distintività e che, se adeguatamente attivate e mantenute vigili, consentono di ricomporre nella quotidianità dicotomie e scissioni di ruolo”. Nello stesso modo sono importanti gli apprendimenti che il management può trarre dalla vicenda di Enrico V un leader al tempo stesso visionario e pragmatico o dall’Otello che ci fa vedere cosa accade quando un capo non è in grado di interpretare la realtà e viene abilmente usato da chi gli sta intorno o la contesa tra Agamennone e Achille, che perduti dietro al loro potere, non sanno trovare nessuna forma di collaborazione. Alcuni esempi questi che ci fanno capire l’importanza del legame tra humanities e la ragion-pratica e come entrambe possono integrarsi e migliorarsi vicendevolmente.

Purtroppo non è così. La cultura tecnico-pratica sembra viaggiare in business class, la cultura umanistica – la nostra identità, la nostra sensibilità, il nostro mondo interiore – in economy. Né può rallegrarci la ricerca di Almalaurea che evidenzia una richiesta da parte delle aziende, maggiore rispetto al passato, di filosofi, psicologi e antropologi. Infatti sottolinea che “non bisogna illudersi”: la differenza tra umanisti e tecnologi rimane e questi ultimi hanno più possibilità e spazi.

Viaggiano a diversa andatura soprattutto i treni della “velocità” e della “profondità”, altre due dimensioni del vivere sociale ed organizzativo che dovrebbero trovare un equilibrio vitruviano. Da un lato la velocità che vuole dare risposte, giustamente concentrata sul risultato immediato, tesa all’arrivare, fondata sulla via più breve, autoreferenziale, che promuove la semplificazione, che riduce la complessità e che quindi genera rassicurazione. Dall’altro la profondità che interroga e si interroga con la domanda, che ha una richiesta costante di motivazione, di ricerca delle alternative, di dialogo, di osservazione, di spiegazione dell’esclusione. Una velocità, quindi, immersa nel presente e accelerata dalla istantaneità della connessione, una seduzione del qui ed ora e del sapere utilitaristico che non riesce a coniugarsi con la riflessione, con il pensiero sistemico, con il pensieri critico, con lo stesso apprendimento dell’inutile. Che rischia di non comprendere la verità “che si sottrae al presente e si tende tra il “non più” e “non ancora” (Ivano Dionigi).

“Connecting the dots” Non lo diceva Steve Jobs. Lo diceva Leonardo da Vinci.

Francesco Tulli