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Colui che acchiappa chi sta cadendo

Forse uno sguardo accogliente e comprensivo, forse una domanda portatrice di empatia hanno infranto l’abituale compostezza di una manager di una importantissima banca italiana. Nell’ascensore, dove la distanza tra le persone attiva il sistema di allarme e difesa dell’amigdala, la nostra manager abdicando alla personale e naturale signorilità, contravvenendo allo standing richiesto dalla sua organizzazione, forzando la qualità del suo linguaggio con un forte e sgangherato accento romano, è esplosa e ha annunciato: “non vedo l’ora di andare in vacanza perché – e qui viene il bello!- me vojo ammazzà de trascuratezza”. Lo sfogo della nostra manager va ascoltato. Anche se per me, sostenitore della cura, è stato uno smacco difficile da digerire.

E’ tempo di vacanze. Anche se arriveranno tra circa un mese: quei quindici/venti giorni a cavallo di Ferragosto, quando fa più caldo, tutto è più costoso e c’è più gente in giro. E’ tempo di riposo e di relax. Serve un momento di sospensione. Diciamo basta a questa vita ‘always on’ dove funzioniamo come dei computer: con velocità, con continuità e con la gestione contemporanea di più programmi… Ma gli stili di vita cosiddetti lineari non fanno per noi. Il nostro corpo richiede un andamento ciclico: vigilanza e assopimento, diastole e sistole, espirazione e inspirazione, resistenza ed esaurimento, … E’ tempo di riposo, di inattività, di divertimento (e se si vuole fare attività fisica, basta ricordarsi del valore terapeutico ed antistress del camminare).

E’ tempo di letture. Per aggiornarsi, per rilassarsi, per stare con se stessi. E a questo proposito voglio parlare di un libro che sto rileggendo. Lo so, molte volte le persone dicono che stanno rileggendo un testo: è il valore della seconda lettura e di una riflessione approfondita? È la possibilità di cogliere elementi e spunti che in una prima fase non riusciamo a scorgere? O il libro non è stato mai letto e la rilettura non è altro che una bugia per non esporsi al giudizio negativo e alla critica degli eruditi e dei colti?

Si tratta de Il Giovane Holden di Salinger di cui voglio ricordare alcuni spunti. Il primo, quando il nostro protagonista riferendosi a uno spettacolo a cui ha assistito, afferma di averne visti anche di peggio ma che “recitavano come il vecchio Ernie suona il piano giù al Village: se uno è troppo bravo a fare le cose finisce che si mette a calcare la mano. E allora, non è più troppo bravo”. Narcisismo, ipertrofia dell’ego, scarsa autolettura e lettura del contesto? Non lo so. Voglio cogliere la notazione, al tempo stesso elementare e potente, che ci ammonisce sul senso del limite. Quando il limite, liberato da se stesso, affrancato da ciò che è morale e accelerato, da ciò che è possibile, sembra non più esistere. Holden Caulfield è un sedicenne con i capelli grigi: una contraddizione che vuole rappresentare il suo disagio interiore e il conflitto nel vivere una realtà che a lui non piace. Ebbene il secondo riferimento che voglio proporre è come Holden descrive il suo mondo. Lo chiama “phoney” che vuol dire finto, falso, fatuo. Un mondo rappresentato da genitori che si muovono nel conformismo, da amici che sanno solo vantarsi delle proprie avventure, da professori con una saggezza che è solo moralismo. Ricerca la semplicità dei sentimenti contro tutto ciò che è apparenza e costruzione. Non vuole piacere agli altri o vendere se stesso: cerca di mantenere e affermare la sua identità. Il terzo riferimento è quando il giovane Holden, parlando dei libri cui è affezionato, li definisce come quelli il cui autore vorremmo come nostro amico per la pelle per poterlo chiamare, anche quando li hai finiti, tutte le volte che vuoi. Che bello potersi sentire sostenuti, poter far conto dell’altro, avere qualcuno che ti sia compagno e che ti possa accompagnare. Quarto e ultimo riferimento. Il nostro eroe, così confuso e contraddittorio perché alla ricerca di se stesso, sogna di stare vicino a un campo di segale (“rye”) a osservare dei bambini che giocano. Ne vede uno in pericolo che sta per cadere e lui lo acchiappa e lo sostiene (in inglese “to catch”) da cui il titolo originale del Giovane Holden ”The catcher in the rye”. Colui che acchiappa chi sta cadendo. E allora capisco cosa voleva dire lo sfogo della manager in ascensore. Il prendersi cura (e quindi: iniziativa, pro attività, self-efficacy, pensiero positivo, …) può non bastare e ti può portare a negare il tuo stesso impegno e a rifugiarti nella trascuratezza (penso alla sindrome del burn out). In un’epoca centrata sull’IO, in cui prevale il senso di isolamento o di solitudine, in cui emerge (anche dalle ricerche che facciamo sullo stress) la percezione di non avere supporti, anche il valore della resilienza -il mito dei nostri tempi- può contribuire a farti sentire solo: quando ti abbandonano quelle stesse forze che ti servono per arrampicarsi sulla montagna, quando la montagna si fa sempre più impervia. Servono altri valori oltre alla resilienza, serve la vicinanza di chi ti sa stare vicino, forse in disparte, ma pronto ad intervenire. Serve trovare “colui che acchiappa chi sta cadendo”.

Buone letture a tutti e soprattutto buone vacanze.

Francesco Tulli